Itinerario5: Dal lungomare di Falerna a Capo Suvero, passando per la vetta di Monta Mancuso

 

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 La Calabria è stupenda, sia per il mare che per i monti: ma ci sono punti della Regione ove è possibile vivere entrambi, quasi contemporaneamente. Uno di questi è il litorale falernese. Basti pensare che, in pochi minuti (20 circa), fra non molto dimezzati da una cabinovia, passiamo dal mare a 1.327 metri di altitudine. Sembra incredibile ma, da queste parti, questa rapida ascensione è possibile! L’itinerario che di seguito descriverò, racconta appunto questa bellissima scalata, che abbiamo effettuato con una comune automobile, partendo dal Lungomare di Falerna e portandoci sugli spettacolari panorami e sulle foreste che ricoprono il Monte Mancuso, fino alla sua massima elevazione, per poi ridiscendere attraverso un percorso diverso, più breve, di soli 16chilometri, fino a Caposuvero.

Dopo un buon caffè gustato in uno dei tanti bar della promenade falernese, si accendono i motori.

Per semplificare la descrizione dell’itinerario,  azzereremo il contachilometri parziale prima di metterci in movimento, e considereremo “chilometro zero” la parte mediana del Lungomare. Fatto ciò, “ingraniamo la prima” e partiamo.

Volgendo il senso di marcia in direzione nord, dopo circa 200 metri svoltiamo a destra (vi è una banca) ed entriamo nell’abitato attraverso un sottopasso ferroviario. Seguiamo l’indicazione in blu “Falerna Capoluogo”. A 1 km dalla partenza, il passaggio sotto un cavalcavia autostradale segna l’inizio della salita. Siamo sulla SP 79, ci manteniamo su di essa. Su un curvone sinistrorso (a 2,8 km) notiamo, sul lato mare, una torretta di avvistamento in calcestruzzo: una delle tante che furono costruite durante la Seconda Guerra Mondiale per contrastare gli sbarchi anglo-americani.

Al terzo chilometro, un ampio incrocio. Prima di proseguire dritti per Falerna Capoluogo sulla SP 97, svoltiamo a destra per visitare Castiglione Marittimo: un antico e caratteristico borgo arroccato su un’altura e circondato da una possente cinta muraria, di cui sono ancora visibili le imponenti rovine ed un arco di ingresso, con campanile, in perfetto stato di conservazione. Interessante, poi, il bellissimo belvedere che si ha dalla piazzetta principale.

Ritornando al nostro itinerario, continuiamo la scalata verso il Mancuso sulla provinciale 97. La strada comincia a farsi stretta e tortuosa, ma con fondo in discrete condizioni. A 4,3 km dalla partenza, tra uliveti e rovereti, iniziano le spettacolari vedute sulla costa.  A 4,8 km, sulla destra, in un pianoro, i resti della Villa Romana di Pian delle Vigne. Lo stato in cui versano questi scavi non è dei migliori, ma vale la pena effettuare una visita. Proseguendo tra imponenti sughere, che prendono il posto agli ulivi, raggiungiamo Falerna Capoluogo, sede del Comune. Siamo a 600 metri sul livello del mare, 10,6  dall’inizio dell’itinerario. Decidiamo una capatina a questo suggestivo paesetto, dalle tipiche viuzze strette e dalla gente accogliente, anche per comprare qualcosa da mangiare, visto che da qui in poi, per molti chilometri, non incontreremo alcun centro abitato.

Per proseguire, giriamo a sinistra (indicazione “Nocera”) all’incrocio di inizio paese, percorriamo 400 metri e ci ritroviamo in uno stupendo piazzale panoramico, con chiesetta al centro e monumento dei caduti su un lato. Svoltiamo a destra, cartello “Istia – Carito”. La strada è un po’ in pendenza,  ma praticabile. Oltrepassiamo il cimitero e percorriamo un chilometro scarsamente alberato. Da questo momento ci addentriamo in un bosco a prevalenza di rovere e roverella, con fondo coperto da felci. Il tracciato continua ad essere ripido, ma facilmente praticabile con normali auto.  Al quattordicesimo chilometro, raggiungiamo l’area attrezzata della Forestale di Piano Carito. Un eccezionale terrazzo sul mare, alto 950 metri, dove ci si può rilassare all’ombra di un curato bosco di ontani, da un lato, e pini neri dall’altro. Tavolini con sedie, due chioschetti per ripararsi in caso di pioggia, naturalmente tutto in legno, ed una fontanella, offrono la possibilità di un rilassante pic-nic.

Riprendiamo la salita! Duecento metri in avanti v’è un incrocio, svoltiamo a destra, a sinistra andremmo a Nocera Terinese. Entriamo in un fitto bosco di altissimi abeti bianchi e, subito dopo, finisce la strada asfaltata che ci ha fatto compagnia finora. Lo sterrato, che si inoltra tra castagni e pini,  è, tuttavia, in buone condizioni. Proseguiamo.

Al km 15 del nostro itinerario, una nuova biforcazione. Andiamo a destra, seguiamo indicazione in legno “Rif. Forestale Falerna”. La viuzza  in terra battuta può sembrare difficoltosa,  ma lo è solo per i primi cento metri. Viaggiamo tra fittissimi boschi di ontani, castagni e roveri. A 15,5 km un altro crocevia, giriamo destra e percorriamo soli 200 metri per dare un’occhiata al rifugio della Forestale, dotato di una bella torre di avvistamento in legno. Interessante, è da vedere! Dopo esserci trattenuti per qualche minuto presso la piccola baita, ritorniamo all’incrocio precedente e proseguiamo a destra. Passiamo davanti una fontanella con dei tavoli, al di sotto di grossi pini, e proseguiamo dritti. Al sedicesimo chilometro ci teniamo a destra per Pian dell’Aglio, segnalato in legno. Vi è un tratto in discesa. Poco più in là, incontriamo un’altra fontanella con tavoli in legno. Andiamo avanti fino a che non ci imbattiamo in una strada bitumata. Qui a sinistra. A 17,3 giungiamo a Pian dell’Aglio, 1245 m s.l.m. . Si tratta in un ampio crocevia posto all’inizio della grande faggeta. A destra, si và all’Ostello di Falerna (chiuso ed in rovina); a sinistra, si ritorna verso Piano Carito; dritti, per Campo Bombarda e Pietrebianche.

Procediamo per l’albergo della gioventù , la cui strada, per un chilometro, è la stessa che porta alla vetta del Mancuso. Poi, una biforcazione divide le due destinazioni. Prima di raggiungere la cima della montagna, decidiamo di svoltare a destra per visitare l’Ostello. La stradina è asfaltata e  larga circa due metri e mezzo. La faggeta fittissima avvolge in tutta la sua lunghezza il tracciato: sembra di essere in una galleria. Anche se la giornata è serena e l’orologio segna le 13:00, bisogna accendere i fari: non tanto per vedere, ma per essere visti. Dopo 2.700 metri, vediamo improvvisamente il sole: siamo sul piazzale della struttura turistica (1.190 metri d’altitudine), da cui godiamo un panorama favoloso sul Golfo di Lamezia.

Osservando l’interno della costruzione, la cose cambiano radicalmente. L’Ostello è completamente abbandonato, le porte sfondate e le finestre divelte, l’immondizia e la polvere si possono quantificare in quintali. Le uniche cose integre, sono i muri, un enorme camino ed una bellissima scalinata interna che porta ai piani superiori. Non so se abbia mai funzionato, non so chi l’abbia ridotto così, ma è un vero peccato non rimetterlo a regime.

Dopo questo spettacolo deludente, percorriamo a ritroso i 2.700 metri che ci riportano sul sentiero che conduce alla sommità del monte.

Bisogna tener presente che il massiccio del Mancuso è costituito da tre vette. Una meridionale, chiamata Monte Mancuso, alta 1.290 m; una centrale, chiamata Monte Castelluzzo, di 1.299 m; un’altra settentrionale, chiamata come la prima, cioè nuovamente Monte Mancuso, ma che dista un chilometro in linea d’aria dall’omonima e raggiunge la quota più elevata, 1.327 metri sul livello del mare. Ed è proprio quest’ultima cima che tenteremo di raggiungere.

Dal bivio per l’Ostello, ci inoltriamo nella foresta di faggi su un tracciato bitumato ed in buone condizioni. La strada è sempre in salita, il bosco più fitto, il freddo più cupo. Sentiamo ormai la vicinanza della vetta. Dopo 2 chilometri dall’incrocio precedente e 20,4 dalla partenza, deviazioni escluse, giungiamo in prossimità della cima. L’altimetro segna 1.300 metri.

La vetta del Mancuso è avvolta dalle foresta e dalle nebbie, ma anche dal mistero. Infatti, tutti conoscono che qui vi è un’importante base NATO, sulla quale, negli anni della “guerra fredda”, si sono alimentati miti e leggende. Secondo i più fantasiosi, i militari americani nascondevano nel sottosuolo i micidiali missili a testata atomica da utilizzare in caso di aggressione sovietica. Ma quanto e cosa sarà stato vero di tutto ciò? La base di Monte Mancuso è stata sempre, come tuttora, un centro di telecomunicazioni, oppure v’era qualcos’altro? Chi lo saprà mai! Le nebbie continueranno ad avvolgere la montagna ed a custodire intatti i suoi terrificanti segreti nucleari!

Un’ invalicabile recinzione ci impedisce di percorrere gli ultimi metri per raggiungere la sommità del massiccio. La stradina asfaltata, però, giunta dinanzi il cancello della base, continua sulla destra. Procediamo. 1.200 metri di fittissima faggeta, in cui spiccano dei grossi tronchi coperti dal muschio, ci conducono all’altra vetta, Monte Castelluzzo. Siamo a 1.299 metri sul livello del mare. Anche qui un altro cancello, un altro reticolato insormontabile, ma questa volta per proteggere dei grossi ripetitori televisivi. In questo caso, fortunatamente, l’ingresso della struttura coincide con l’apice della montagna. Con la vista di queste gigantesche antenne, termina la strada. Ed a noi non rimane altro che invertire il senso di marcia e percorrere a ritroso i 1.200 metri che ci riportano dinanzi alla base Nato.

La strada del ritorno, sarà leggermente diversa. Transiteremo dagli attuali 1.300 metri d’altitudine a zero, cioè al mare, in soli 16 km, contro i 20 dell’andata. Un dislivello pauroso, ma che riusciremo a superare in soli 15 minuti d’automobile. E’ veramente eccezionale poter passare, nella stagione estiva, in così breve tempo, dalla frescura dei faggi, dove a mezzogiorno vi sono solo 18 gradi, ai 30 gradi delle assolate e calde spiagge di Caposuvero. Per contro, d’inverno, a volte si passa, sempre in un quarto d’ora, dai boschi innevati e con temperature al di sotto dello zero, al tepore del mare, in cui il termometro segna anche 15 gradi.

Dinanzi alla base Nato, riportiamo il contachilometri parziale sullo zero e cominciamo la discesa.

Tralasciando strade secondarie, ci manteniamo sull’arteria asfaltata che, per 2,2 km, cioè fino a Pian dell’Aglio, coincide con quella di andata. Giunti a questo quadrivio, svoltiamo a sinistra, continuando per il tracciato bitumato. Dopo 600 metri, v’è una confluenza a destra: procediamo dritti. Abbandonata l’immensa faggeta, scendiamo tra rocce affioranti, qualche piccola cascata visibile in lontananza e fitti boschi di castagni, interrotti solo da qualche gruppo di faggi e alcuni aceri. Da qui in poi, la strada viene resa sicura dalla presenza sul lato valle di un guard-rail metallico.

Man mano che ci abbassiamo di quota, cambia la vegetazione. I castagni cominciano a cedere il posto agli ontani, molti dei quali sono completamente avvolti da piante parassite (vitalba). A circa sei chilometri dall’inizio della discesa, la foresta si apre per un attimo alla luce, lasciandoci intravedere i magnifici panorami costieri, per poi richiudersi per circa un chilometro e riaprirsi totalmente intorno ai 700 metri d’altitudine. Da questo punto in poi la veduta è straordinaria. Sotto i nostri occhi abbiamo tutta la Piana Lametina, fino alle Serre, l’intero Golfo di Sant’Eufemia, fino a Capo Vaticano,  e, volgendo lo sguardo in mare aperto, distinguiamo chiaramente la sagoma conica dello Stromboli che si erge maestoso ed imponente nel Mar Tirreno, il quale è in procinto di regalarci un suggestivo e romantico tramonto.

La striscia d’asfalto che stiamo percorrendo, si snoda, come un grosso serpente nero, in mezzo ad un pianoro privo di alberi: come se la natura volesse permetterci di osservare meglio, senza intralci,  l’eccezionale veduta.

Poco più giù, tra sughere ed altre querce, il nostro tracciato incrocia la ben più ampia provinciale 98, nel tratto Falerna - Gizzeria. Siamo a 10 km dalla base Nato e a 600 metri sul livello del mare. Svoltiamo a sinistra, per Gizzeria, percorriamo 100 metri e viriamo immediatamente sulla destra, per Capo Suvero. Qui ci troviamo in una strada provinciale in costruzione che, una volta terminata, consentirà di raggiungere rapidamente e comodamente la costa sottostante. Al momento, essa termina dopo poco più di un chilometro. Per proseguire, dobbiamo infilarsi in una viuzza che si intravede poche decine di metri dopo il cartello che indica “Comunale” e “Santa Domenica”. Procedendo dritti per Caposuvero, ci imbatteremmo in un “senza uscita” dopo circa 300 metri.

Tra sughere ed uliveti, percorriamo per 2,5 chilometri questa stradina un po’ stretta, ma con fondo bitumato in buone condizioni, fino ad incrociare un altro sentiero asfaltato. Qui giriamo a sinistra. Andiamo avanti per altri 500 metri e ci troviamo dinanzi un incrocio con una strada più ampia. Svoltiamo a destra. Continuiamo la discesa ancora tra lussureggianti sughere, presenti in modo consistente. Infatti è dal gergo dialettale locale che deriva il nome del Capo al quale ci stiamo dirigendo: cioè suvero, in italiano sughero.

Avanzando verso il mare, scorgiamo ad un tratto l’imponente sagoma del Faro della Marina Militare, tuttora perfettamente funzionante. La sua luce intermittente segnala, da più di un secolo, la presenza della terraferma alle imbarcazioni in transito. Un sistema che ha sempre il suo fascino, nonostante i moderni sistemi di navigazione satellitare di cui gli attuali natanti sono dotati.

Continuiamo ad avanzare sempre  sulla via principale, tralasciando deviazioni secondarie. Siamo quasi giunti alla fine della nostra escursione. Un sottopasso autostradale e, subito dopo, ferroviario ( immediatamente dopo il quale bisogna sterzare a destra per non finire con l’auto sulla spiaggia) segna il termine della pendio. Siamo sul mare. In soli sedici chilometri abbiamo superato 1.300 metri di dislivello, con una pendenza media quindi dell’8,1 %.

 Ora la Statale tirrenica 18, alla quale siamo confluiti nel tratto Falerna Marina (a destra) – Gizzeria Lido (a sinistra), ci permette di scegliere la nostra destinazione serale.

Francesco Cataudo - tutti i diritti riservati.