Da Lamezia Terme ad Istanbul (Turkia)

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PARTE PRIMA:  DAL TIRRENO ALL’EGEO

Dopo un lungo e sofferto periodo di pausa forzata, riprendiamo i nostri viaggi automobilistici sulle strade d’Europa. Questa volta, però, oltrepassiamo addirittura le mura del vecchio continente, mettendo piede, anche se per pochi chilometri, in Asia minore.

Lo sconfinamento è rappresentato dal grandioso ed avveniristico ponte che scavalca il leggendario Canale del Bosforo ad Istanbul, in Turchia. La meta viene decisa dopo una serie di perplessità scaturite dal particolare momento politico che vive il mondo mussulmano in seguito alla presenza delle truppe anglo-americane (e di altri stati satelliti) in Iraq, la quale ha creato una certa avversione dei fratelli islamici nei nostri confronti. Una presenza, quella degli eserciti occidentali in Iraq, che mascherandosi dietro una missione di pace, ha tutti i connotati di una vera e propria occupazione militare, a cui si dovrà immediatamente porre fine, soprattutto perché la quasi totalità dei popoli europei, e una grossa maggioranza dei cittadini americani, non la condivide, considerandola ingiusta e violatrice di qualsiasi norma del diritto internazionale.

Partiamo da Lamezia Terme verso le 16:00 e alle 20 in punto siamo sulle banchine del porto di Brindisi, dove ci attende la Nave “Ouranos”: unico servizio prenotato in tutto il viaggio. Carichiamo l’automobile sul traghetto e prendiamo posto in cabina. Alle 21 precise, dopo che gli altoparlanti ci danno il classico “benvenuto a bordo” nelle varie lingue, molliamo gli ormeggi alla volta della Grecia.

Fortunatamente le condizioni meteo-marine sono buone, il che rende la traversata abbastanza rilassante e ci permette di riposare con tranquillità.

A poco più di otto ore di navigazione dal porto pugliese, intravediamo le luci della cittadina di Igoumenitsa, il primo porto greco che si incontra provenendo dall’Italia. Qualche minuto più in là, nuovamente si riaccendono gli altoparlanti: è l’annuncio di “prepararsi allo sbarco”.

Ancora il sole non mostra i suoi raggi, ma le ruote della nostra vettura sono già a contatto con il suolo ellenico. Con tanto di cartina stradale dettagliatissima, decidiamo l’itinerario ottimale.  Il navigatore satellitare non ci è di grande  in questa occasione: purtroppo non sono presenti le nuovissime autostrade e superstrade greche che, a differenza di quello che avviene nella nostra Penisola, vengono create con una velocità incredibile. Infatti, lo strumento satellitare ci consiglia di prendere la vecchia e tortuosa statale per Ioànnina, ma noi sappiamo che a qualche centinaio di metri dal porto è pronta ed operativa  la nuova e moderna autostrada A2.  Questa importante arteria, facente parte dell’itinerario europeo E90, appena completata consentirà di collegare rapidamente la costa dell’Epiro, quindi lo Ionio, con la costa dell’Egeo, fino all’estremità Nord-Orientale dello stato balcanico, cioè al confine greco-turco.

Essa è già percorribile al 70 per cento, per il restante trenta si rimanda alla viabilità tradizionale. Ma, dal numero di cantieri operativi, penso che non ci vorrà molto tempo per l’ultimazione dell’opera.

Rapidamente raggiungiamo la città di Ioànnina ed il suo stupendo lago. Da qui, abbandoniamo l’A2 e iniziamo a percorrere una strada di montagna che ci porterà, dopo aver attraversato spettacolari e fiabeschi paesaggi mozzafiato, culminati con il Valico di Katara, a 1.690 metri sul livello del mare, in uno dei luoghi più suggestivi della Grecia e forse del Mondo: le Meteore.

 

LE METEORE

Si tratta di un gruppo di rocce che emergono all’improvviso, quasi per incanto, dalla pianura tessalica. La loro notorietà è dovuta sia alle caratteristiche geologiche che alla presenza, sulla sommità di molte di esse, di antichi monasteri bizantini che, osservati dal basso,  appaiono sospesi fra le nuvole. Da qui il nome “METEORE”.

La conformazione delle rocce è particolarissima e ne fa un ambiente unico al mondo. Molte di esse si elevano verso il cielo con una inclinazione quasi verticale e raggiungono delle altitudini impressionanti: la roccia più imponente si innalza per circa 1.100 metri dal piano orizzontale sottostante. Nei punti di maggior assemblamento si formano dei profondissimi crepacci, i quali, se visti dall’alto, sembrano degli abissi senza fine. 

Giungiamo nel centro di Kalambaka, capitale di questo luogo magico, intorno a mezzogiorno, dopo circa cinque ore di auto dal porto di Igoumenitsa.

Piove, le sommità dei massicci rocciosi si perdono tra i nuvoloni, abbiamo paura che queste condizioni meteo ci pregiudichino la visita di questo paesaggio meraviglioso. Ma, nel pomeriggio, dopo aver pranzato in un ristorantino del posto, la pioggia cessa e le nuvole, diradandosi, permettono ai nostri occhi di poter osservare lo spettacolo sublime che la natura offre in questo sperduto angolo d’Europa.

Una stradina irta e tortuosa, ma con un fondo in ottime condizioni, ci porta, nel giro di 5 o 6 chilometri ai piedi di uno dei monasteri ortodossi, cioè quello della Trasfigurazione (localmente denominato Metamorphosis). Si tratta del più antico e del più alto convento bizantino delle Meteore. Esso è posizionato a 613 metri dal livello del mare e a 475 metri dal letto del fiume Piniòs, che solca la piana sottostante. Naturalmente, questo monastero, anche se il più alto fra tutti, è posizionato ad un livello di molto inferiore ad altre rocce (senza conventi) che lo fiancheggiano. Queste ultime sono praticamente inaccessibili ai turisti; a meno che non si utilizzi un elicottero o il visitatore non sia uno scalatore professionista.

Dal punto dove finisce la strada, e quindi dove lasciamo l’auto, all’ingresso del  monastero della Trasfigurazione, vi è un ulteriore dislivello che colmiamo a piedi con una sentiero scavata nella roccia,  in gran parte gradinato. Fino al 1923 vi si accedeva solo per mezzo di scale di corda e di un rudimentale “ascensore” fatto da una rete che veniva tirata su da una carrucola. Questo monastero, fondato da San Atanasio nel 1382, ma completato nel 1388 da Ioasaf e affrescato nel 1484, è un grandioso complesso che occupa l’intera area della sommità della roccia. Oltre al terrazzo panoramico, da cui godiamo una spettacolare veduta di gran parte dell’area delle meteore e della pianura tessalica, ci risalta immediatamente la maestosa sagoma della chiesa centrale, larga 42 m e alta 24, denominata Katholikon e dedicata alla Trasfigurazione di Cristo.

Altra importante zona del convento che attira la nostra attenzione, è il Refettorio. Si tratta della vecchia “sala da pranzo” dei monaci, oggi museo, abbellita da stupende colonne che sorreggono una magnifica volta, sotto la quale sono custodite reliquie ed opere di grande valore.

Dal terrazzo panoramico scorgiamo altri monasteri situati sulle cime delle rupi. In principio, essi erano oltre 20, ma, col passare degli anni molti sono andati in rovina, soprattutto a causa delle varie guerre che si sono succedute nella penisola ellenica, in particolare l’ultima, in cui i bombardieri tedeschi infierirono pesantemente sui partigiani greci rifugiatisi in questi cenobi. Attualmente, solo sei eremi sono stati perfettamente riportati all’antico splendore e quindi aperti al pubblico. Essi sono, oltre a quello della Trasfigurazione, già citato: il Monastero di Vaarlaam, quello di Aghios (Santo) Stefanos, il Monastero di Aghia (Santa)Triada, quello di Roussanos e il Monastero di Aghios Nikolas Anapafsas.

Ci sarebbe piaciuto visitarli tutti, ma il tempo a nostra disposizione è breve e ci aspetta ancora tanta strada da percorrere per raggiungere la meta che ci siamo prefissi. Riprendiamo così l’automobile e abbandoniamo a malincuore questo paesaggio dotato di una bellezza ineguagliabile.

 

PARTE SECONDA: DALL’ EGEO AL BOSFORO

Una comoda e rettilinea superstrada (statale 6, E92) ci conduce rapidamente a Làrissa, dove ci inseriamo nell’autostrada A1 (E75) Atene-Salonicco. Proprio mentre costeggiamo il Monte Olimpo innevato, inizia una pioggia torrenziale che ci portiamo dietro fino al capoluogo macedone. Qui, dopo esserci districati dal traffico caotico delle tangenziali tessalonicesi, riprendiamo l’A2/E90 in direzione Kavàla, che raggiungiamo nel tardo pomeriggio. In questa accogliente località turistica dell’Egeo, a 400 km da Istanbul, decidiamo di pernottare in uno dei tanti hotel che si affacciano sul lungomare. Un bel sonno ristoratore ci da la carica per affrontare il nuovo giorno di viaggio.

Ci muoviamo dall’albergo verso le 10:00; alle 12.30, grazie alla comodissima autostrada, siamo sul confine greco-turco. Perdiamo circa un’ora per espletare le formalità doganali, soprattutto a causa della chiusura per pausa pranzo (dalle 12 alle 13) dell’ufficio visti. Su questa frontiera i controlli sono molto severi, addirittura sul passaporto, oltre al visto personale, viene posto un ulteriore timbro su cui vengono riportati i dati del nostro veicolo. Ora tutto è Ok. Le autorità, con il classico saluto militare con cui augurano un felice soggiorno nel loro Paese, ci spalancano le porte della Turchia.

Dopo aver attraversato il confine, il paesaggio che ci circonda cambia notevolmente. Alle aride ed incolte lande della Tracia ellenica, si sostituiscono improvvisamente terreni verdissimi ed intensamente coltivati. Una superstrada rettilinea ed altalenante, a 4 corsie, che ci ricorda l'Autostrada Roma - Napoli, taglia per centinaia di chilometri gli sconfinati campi di grano ed altre colture erbacee che si susseguono senza soluzione di continuità fin quasi all'estrema periferia di Istànbul, che intravediamo dopo aver percorso 250 Km circa dal confine greco-turco e oltre 1.200 Km dal porto di Igoumenitsa.

 

PER LE STRADE DI COSTANTINOPOLI

Man mano che percorriamo le tangenziali e ci avviciniamo al centro della megalopoli turca, il traffico diventa sempre più intenso. Decidiamo di portarci direttamente sulla parte asiatica del Paese ottomano. Quindi, seguendo le indicazioni autostradali per Ankara, ci troviamo improvvisamente di fronte ad un casello: due euro di pedaggio ed accediamo ad uno dei due grandiosi ponti che scavalcano il mitico Canale del Bosforo e che uniscono l'Europa all'Asia. E' un 'emozione indescrivibile quella che si prova a passare con l'auto sopra questa meravigliosa opera di ingegneria civile che unisce due continenti, denominata "Ponte Fatih Sultan Mehmet" e realizzata negli anni '80. Esso è il sesto del mondo e il quarto d'Europa per lunghezza. Con le sue due torri altissime, che sostengono con enormi cavi d'acciaio la grande campata unica di 1.090 metri, somiglia molto, quasi perfettamente, al plastico del progetto del Ponte di Messina: opera che, probabilmente, per l'incapacità e l'ignoranza delle classi politiche nazionali, bravissime solo a diffondere tra la popolazione il falso concetto dell'inutilità della costruzione, rimarrà solo un sogno.

Dopo un breve tour nella parte asiatica dell'antica capitale ottomana, percorriamo nuovamente il Bosforo per ritornare nella parte europea. Questa volta, però, non ci tocca fare nessun casello, in quanto il ponte è a pagamento solo nella direzione Europa-Asia. A questo punto usciamo dall'autostrada e ci tuffiamo nel traffico del  LungoBosforo.

Viaggiando per alcuni chilometri tra le migliaia di imbarcazioni, di ogni tipo, che solcano il canale e gli innumerevoli ristorantini che sorgono sulla grandiosa Promenade, ci troviamo improvvisamente sotto un altro enorme pilone. E' quello del Ponte "Ataturk": più antico di 15 anni rispetto al precedente, ma con delle dimensioni quasi identiche. Il secondo passaggio stabile venne realizzato per poter far fronte all'incremento esponenziale di veicoli, registratosi negli ultimi anni, che quotidianamente passano da un continente all'altro.  

Continuiamo ad avanzare con molta difficoltà a causa dell'enorme traffico, mantenendoci sulla via litoranea. Dopo oltre un'ora di marcia a passo d'uomo, finalmente scorgiamo le sagome delle grandiose moschee posizionate sulla sommità della collinetta che occupa la cosiddetta "penisola storica", cioè il cuore dell'antica Costantinopoli. Vi giungiamo dopo aver scavalcato una piccola insenatura del Bosforo, detta Corno D'Oro, attraverso il Ponte di Galata. Finalmente abbiamo raggiunto la nostra meta, ora non ci resta che trovare un "otopark" (così vengono chiamati i parcheggi ad Istànbul) dove lasciare l'auto e cercare un buon albergo nelle vicinanze. Ne scoviamo uno, molto carino, nel centralissimo quartiere di Sultanahmet, proprio accanto alla grandiosa piazza dove sorgono Santa Sofia e la Moschea Blu. In Turchia non vi è, come in Europa, la classificazione a stelle degli hotel. Ma, comunque, il nostro hotel è paragonabile ad un quattro stelle italiano, con la sola differenza che per alloggiare in una simile struttura a Roma, o a Firenze, avremmo speso un occhio della testa. Qui, invece, ce la siamo cavata con poche decine di Euro al giorno, prima colazione compresa.

Il tempo necessario di fare una doccia e subito usciamo per immergerci nella magia di questa metropoli cosmopolita. Infatti, appena giunti nella centralissima piazza delle Moschee, ci rendiamo conto di essere circondati da gente di ogni Paese, di ogni colore della pelle e di ogni lingua. Ad Istànbul, l'idioma più parlato, naturalmente dopo il turco, è l'inglese, che ci permette di poter comunicare senza grosse difficoltà. L'italiano è conosciuto da poca gente, in gran parte rappresentata da quei venditori accaniti che cercano a tutti i costi di farci entrare nei loro negozi e venderci la loro merce.

Quello che immediatamente e più ci colpisce dell'antica Costantinopoli, è la grande differenza che vi è fra le donne turche nel modo di vestirsi. Si passa dalla ragazza in maglietta, pantaloni e capelli sciolti a quelle con gonna lunga e velo  (che sono la maggior parte), fino ad arrivare a coloro che sono interamente avvolte, viso compreso, da una nerissima tunica. Rimaniamo impressionati da alcune mamme che, coperte totalmente dal Burca, portano a spasso nella carrozzina i loro bambini, con a fianco il loro mariti vestiti normalmente. Di fatto, la quasi totalità degli uomini, tranne qualche capo religioso, vestono all’occidentale. Comunque, da quanto successivamente appreso, molte delle signore con la veste a copertura integrale, non sono turche, ma fedeli di altri paesi islamici in pellegrinaggio ad Istànbul.

La nostra permanenza nell’ex Bisanzio é limitata a soli cinque giorni, quindi dobbiamo scegliere di visitare solo alcuni degli innumerevoli siti presenti in città. La preferenza ricade sui monumenti simbolo della metropoli turca: Santa Sofia, Moschea Blu, Palazzo Topkapi, Cisterna Sotterranea, Torre di Galata e Gran Bazar. Rinunciamo veramente a malincuore a tante altre  bellezze che avrebbero meritato di essere visitate.

 

SANTA SOFIA ( AYA SOFYA)

E’ a nostro parere il monumento simbolo di questa città. In esso è racchiuso il passato ed il presente della Turchia.

L’attuale struttura, costruita sulle rovine di altre due chiese fatte edificare rispettivamente da Costantino nel 360 d.c. e Teodosio nel 416 e poi andate distrutte, fu voluta dall’imperatore Giustiniano, il quale diede l’incarico per la progettazione al matematico Antemio di Tralles (Aydin) ed all’architetto Isidoro di Mileto. Nel 537, dopo soli 5 anni e 10 mesi di lavori, Santa Sofia fu inaugurata. I diecimila operai impiegati utilizzarono materiali pregiati provenienti da ogni parte dell’Impero, purtroppo a volte sottraendoli ad antichi templi greci. La sacra struttura venne decorata al suo interno da splendidi mosaici raffiguranti scene religiose che andarono distrutti o ricoperti da intonaco, sia nel periodo iconoclastico, sia durante le crociate, che dopo l’invasione araba. Appunto, dopo  la conquista islamica, il sultano Fatih Mehemet la fece modificare nel 1453 in Moschea e rimase tale fino al 1934, allorquando, il laicissimo Presidente Ataturk la chiuse al culto e la trasformò in Museo.

Appena entrati, dopo aver pagato un economico ticket, ci imbattiamo negli scavi del cortile d’ingresso da cui affiorano reperti di ogni genere, inconfondibilmente greci, appartenenti alle rovine delle chiese precedenti alla Costruzione giustinianea.  Procedendo nella visita, entriamo nel nartece esterno (la prima parte coperta appena si entra nella basilica), che ha un aspetto alquanto rustico. Qui sono esposti numerosi oggetti, tra cui pezzi di pavimento mosaicati, una bacino battesimale e tavolette con incisioni. Il nartece interno è tutta un’altra cosa: il soffitto è decorato con mosaici d’oro e le pareti sono di marmo con bellissimi affreschi bizantini.  Da questo punto si può accedere alla navata centrale attraverso nove porte. L’ingresso nello spazio centrale di Santa Sofia è emozionante. Ci lascia per qualche secondo senza fiato. La visione è un po’ ostacolata da un’enorme impalcatura in ferro che si sta utilizzando per restaurare la cupola, cioè quell’enorme semisfera, il cui diametro massimo (in quanto non è perfettamente circolare) è di 33 metri e l’altezza di 55.  Notiamo enormi pannelli circolari, simili a dei medaglioni, con scritte in arabo che riportano il nome di Allah ed altri importanti personaggi dell’Islam. Secondo la religione islamica, né Allah né altre figure religiose si possono rappresentare con statue o con dipinti ed, in ogni caso, è proibito pregare in luoghi dove si trovano immagini umane. In fondo alla navata vi è l’abside e, ai suoi lati, la Loggia del Sultano (a sinistra) e il Pulpito (Mimber).  Davanti a quest’ultimo è la Loggia per leggere il Corano (Muezzin). Due giganteschi ordini di colonne, sormontate da archi a tutto sesto, dividono la navata principale da quelle laterali. In una di queste, quella di destra, è collocata la biblioteca di Santa Sofia.

La basilica/moschea misura 75 per 70 metri. I minareti che si ergono sul perimetro della Struttura sono quattro: due costruiti subito dopo la conquista ottomana, gli altri nel 16º secolo.

 

MOSCHA BLU

Se Santa Sofia è il più importante monumento storico di Istanbul, la Moschea Blu è il principale edificio islamico della metropoli turca. Infatti, essa è l’unica a possedere 6 minareti, il cui numero è direttamente proporzionale alla rilevanza che viene attribuita a tali strutture. E’ chiamata e conosciuta in tutto il mondo come “Blu” per il tono cromatico delle sue maioliche e dei suoi dipinti, i quali richiamano spesso tale colore, ma il vero nome (turco) è “Sultanahmet Camii”, cioè Moschea del Sultano Ahmet. Come si può intuire dal nome, fu fatta costruire da Ahmet I tra il 1603 e il 1617. Essa venne eretta di fronte Santa Sofia, quasi come sfida all’edificio bizantino. Ma, nonostante fu edificata mille anni dopo, quindi con nuove tecniche acquisite, la Moschea Blu non riuscì a superare la Costruzione giustinianea, né per bellezza né per grandezza. Infatti la cupola ha un diametro di 23,5 metri ed un’altezza di 43, contro i corrispondenti 33 e 55 metri di Santa Sofia.

Attraverso un cancello metallico entriamo nel cortile interno del grande edificio mussulmano. Tutto attorno  vi è una specie di porticato, con colonne di granito, archi e cupolette: molto bello. Ad un lato, una serie di fontanelle: servono per le abluzioni, cioè per lavarsi prima di entrare nel sacro edificio. Anche noi, prima di accedere in Moschea, ci togliamo le scarpe e le mettiamo all’interno di un sacchetto di plastica (fornito al momento) da portare dietro.

Personalmente era la prima volta che entravo in un Moschea e non sono riuscito a nascondere l’emozione, il grande interesse, la difficoltà a capire ciò  che avevo dinanzi agli occhi. A differenza delle nostre Chiese, qui non ci sono navate, né transetti: è un ambiente unico, quadrato, forse circolare. Sopra la mia testa, un’enorme soffitto, fatto da una cupola centrale, sorretta da 4 mega-colonne da 5 metri di diametro,  ed altre cupole attorno ad essa, da cui scendono un’infinità di fili che sorreggono altrettante lampade attaccate a dei grossi lampadari circolari, fatti da cerchi di più dimensioni, posizionati ad un paio di metri dal magnifico pavimento ricoperto in tutta la sua interezza da pregiatissimi tappeti. Qui non ci sono sedie: i fedeli, per pregare, siedono per terra. Poi, tante maioliche, tante scritte in arabo di versetti coranici. Un’esperienza veramente unica, non ho parole.

 

CISTERNA SOTTERRANEA  ( YERABATAN )

L’ingresso in superficie di questo mondo sotterraneo, situato nella grande piazza delle moschee, a pochi metri da Santa Sofia, è molto semplice e non lascia minimamente immaginare la grandiosità di ciò che nasconde nel sottosuolo. Dopo aver pagato il solito biglietto, poche decine di gradini ci portano in un ambiente veramente irreale. Un foresta senza fine di 336 colonne romane, distribuite su una superficie di 10mila metri quadrati, sorreggono delle volte a crociera semicircolari in mattoni. L’ambiente è umido, freddo (anche d’estate) e buio, molto simile alle grotte naturali: le tenebre sono infrante solo dai faretti posizionati alla base di ogni colonna che, illuminandole dal basso in alto, le attribuiscono una maggiore imponenza. La cisterna, costruita nel 532 d.c., è riempita d’acqua fino all’altezza di circa 70 centimetri: la visita può avvenire, quindi, solo grazie all’aiuto di passerelle in legno, che creano un percorso guidato per i turisti. Un tempo la si vedeva in barca.

Nei punti i cui il fondale è illuminato, possiamo ammirare un’enormità ed una varietà incredibile di pesci: da quelli rossi, alle gigantesche carpe che sembrano squali.

L’intera durata della visita, che è libera, ma normalmente dura un’oretta, è accompagnata dalla diffusione continua di musica classica: ciò contribuisce a creare un’atmosfera fosca, tant’è che, quando ritorniamo in superficie, ci sembra veramente di “riveder le stelle”.

 

IPPODROMO ( Piazza Sultanahmet )

Come ho riferito in precedenza, la Moschea Blu e Santa Sofia sono situate l’una di fronte l’altra: in mezzo vi sono dei magnifici giardini, con al centro una fontana che si esibisce in degli spettacolari giochi d’acqua. Di fianco alle moschee, in continuità con la piazza appena citata, scorgiamo un’enorme area verde in cui spiccano le sagome di alcuni obelischi: è l’Ippodromo.

Esso era, dopo il Circo Massimo di Roma, il più grande dell’antichità. Con i suoi 400 metri di lunghezza e 120 di larghezza, poteva contenere fino a 30mila spettatori. Oltre alle funzioni sportive, l’Ippodromo di Istanbul fungeva anche da museo all’aperto. Purtroppo solo poche opere esposte sono riuscite a raggiungere i nostri tempi, tra queste: l’Obelisco Egizio, risalente a 3.500 anni fa e trasportato qui nel 390 d.c.; la Colonna di Costantino, risalente al 10º secolo, che attualmente si presenta con un aspetto rustico a causa della spoliazione delle placche di bronzo da parte dei latini nel corso della quarta crociata; la Colonna Serpentina, alta solo 5 metri, fu trasportata qui nel 326 d.c. dal Tempio di Apollo di Delfi (Grecia) ed è risalente al 479 a.c. , data in cui gli ellenici la eressero  per celebrare la vittoria sui persiani.

Altro monumento significativo che troviamo in quest’area, è la Fontana Tedesca, la quale risalta per il bellissimo chiosco costituito da una stupenda cupola di mattonelle verdi, sorretta da splendide colonne marmoree unite fra di loro da archi a tutto sesto. All’interno, una targa ricorda che questa fontana fu donata dall’imperatore tedesco Guglielmo, nel 1898, dopo che rimase impressionato dall’ospitalità degli ottomani durante un suo viaggio. Essa fu costruita in Germania, trasportata a pezzi col treno e rimontata sul luogo dove è ora posizionata.

 

PALAZZO IMPERIALE ( TOPKAPI  )

Come per altre strutture religiose ed imperiali, il presidente Ataturk, nella sua politica di laicizzazione e di trasformazione repubblicana della Turchia, trasformò anche questa imponente struttura in un museo nazionale.

Situato sempre nella Penisola Storica, l’ex residenza dei sovrani ottomani si sviluppa su una superficie amplissima: 700mila metri quadrati, racchiusi nei 5 chilometri delle sue antiche mura perimetrali. Queste ultime, da una parte confinano con il mare (mura marittime, di origine bizantina), dall’altra con la città (mura terrestri, ottomane).

I primi edifici del Palazzo furono costruiti intorno al 1475 e man mano ne furono aggiunti di nuovi fino al 19º secolo, pervenendo alle dimensioni attuali.

Entrando dalla porta principale (molto vicina a Santa Sofia), dominata da due imponenti torrioni ottagonali, ci ritroviamo in un grande viale alberato attorniato da un verdissimo giardino. Sulla nostra destra, attira la nostra attenzione il museo delle porcellane cinesi: un’enorme varietà di pezzi, la terza collezione al mondo, ospitata nelle stanze che un tempo appartenevano alla cucina. Sulla sinistra, invece, dopo l’antica chiesa di Sant’Irene, vi è l’Harem, cioè la parte di palazzo imperiale dove il sultano viveva insieme alle sue mogli, i suoi figli, i fratelli, la mamma e tutto il personale di servizio della famiglia. Purtroppo, questo luogo ha un orario di visita più ristretto rispetto al resto dell’edificio e, quindi, siamo costretti ad osservarlo solo dall’esterno.

Senza concederci altre distrazioni, giungiamo alla fine del viale e, dopo aver pagato il biglietto, entriamo nell’area “pubblica” del palazzo imperiale. Qui il sultano esercitava i vari ministeri che gli permettevano di governare il vasto impero. Questa seconda area è costituita da un altro cortile, delimitato da una serie di edifici, con ingressi veramente sfarzosi che ospitano una serie di sale, tutte adibite a museo. Troviamo, quindi, il locali dove sono esposti i troni, le armi, i vestiti, i gioielli dei vari sultani e dei suoi familiari, tra questi spicca il Diamante Kasikci: una bella pietra da 86 carati incastonata in una cornice d’oro arricchita da 49 brillanti. E poi altre sale contenenti quadri, collezioni di orologi, ecc. Ma, quello che richiama maggiore attenzione, è l’edificio che ospita le reliquie sacre di Maometto. Infatti, dopo la caduta in mano ottomana dell’Egitto, molti oggetti appartenuti al Profeta vennero trasportati ad Istanbul: cioè, il mantello, la spada, l’arco, un dente, un pelo della barba, una sua lettera e l’impronta del piede.

Abbiamo trascorso una molte ore all’interno del Palazzo, ma per visitarlo in modo più accurato avremmo avuto bisogno di un’intera giornata. Siamo un po’ stanchi, decidiamo di tornarcene in albergo. All’uscita della residenza reale, facciamo un piacevolissimo incontro: la bellissima Miss Albania 2005 in visita ufficiale in questa città, con tanto di fascia e promoter al fianco. Non ci lasciamo scappare l’occasione di una foto ricordo.

 

GRAN BAZAR ( KAPALICARSI )

Ritengo che questo mercato coperto sia il più grande di tutto l’oriente e uno dei maggiori del mondo. E’ un vero e proprio labirinto di 80 gallerie ad archi gotici, in cui, su una superficie di 300mila metri quadri, vi trovano collocazione circa 5.000 negozi e  vi lavorano oltre 15mila venditori. All’interno vi sono anche moschee, bagni turchi, piazzette con fontane, ecc.

Esso fu costruito nel 15º secolo ma, nel corso degli anni, a causa di terremoti ed incendi, è stato più volte distrutto o danneggiato e poi sempre ricostruito o ristrutturato. 

Entrando da una delle 18 porte, ci lasciamo trascinare dalla grande massa di turisti che affollano questo luogo in tutti i periodi. E’ un via vai continuo di gente di ogni nazionalità e di ogni lingua. Ci viene molto difficoltoso orientarci, ci vorrebbe una cartina. Proseguiamo alla cieca per ore ed ore, tra oggetti di ogni tipo e negozianti che cercano di venderci di tutto. In effetti, qui si trovano prodotti  impensabili. Tutto ciò che potrebbe attrarre un turista, qui c’è. E’ praticamente impossibile uscire da questo immenso emporio senza comprare qualche oggetto sfizioso. E neppure noi resistiamo a molte tentazioni. Con le mani occupate da enormi sacchettoni di plastica, ripieni dei nostri modesti acquisti, riusciamo a portarci finalmente fuori da questa ragnatela di viuzze senza fine solo al calar del sole. E pensare che in un’intera giornata trascorsa senza un attimo di sosta, siamo riusciti a visitare solo una piccola parte di questo immenso mercato coperto.

 

TORRE DI GALATA

A differenza di tutti gli altri monumenti finora citati, questa costruzione cilindrica è situata al di fuori della Penisola Storica, sulla collinetta che sta immediatamente al di là del Corno d’Oro. Quindi, per visitarla, preferiamo prendere uno dei tanti taxi che sfrecciano per le vie di Sultanahmet.

Il quartiere in cui è inserita la Torre non offre grandi attrattive: è una tipica zona residenziale popolare, ma vale veramente la pena venire fin qui.

Sempre a seguito di un modesto biglietto d’ingresso, entriamo nell’ascensore (è proibito usare le scale) che ci porterà quasi in cima alla struttura. Dopodichè, un piccolissimo tratto a piedi su una caratteristica scala a chiocciola in legno e ci affacciamo su un balcone panoramico circolare che percorre l’intera circonferenza esterna della torre. Il panorama a 360 gradi che abbiamo sotto i nostri occhi non ha eguali: si vede tutta Istanbul e la sua provincia. La vista spazia fino all’inverosimile e il suo unico limite sembra essere rappresentato dalla curvatura terrestre.

Man mano che giriamo attorno al pennacchio e osserviamo stupefatti l’immensità che sta attorno a noi, riconosciamo i vari monumenti e i luoghi della metropoli turca: la Moschea Blu, Santa Sofia, i mille minareti di altrettante moschee, il Ponte di Galata ed il Corno d’Oro, il Bosforo ed il grandioso Ponte che l’attraversa, la costa asiatica, il Mare di Marmara, il Porto, ecc. ecc.

In cima alla torre, sullo stesso livello del belvedere, vi è anche un ristorante di ottimo livello dove ogni sera si organizzano cene con (incluso nel prezzo) spettacoli con le Odalische. Ma preferiamo andare giù, in quanto ci consideriamo abbastanza sazi dalla veduta sublime appena avuta. E poi perché preferiamo cenare in una tavernetta del centro storico.

 

PIAZZA TAKSIM E CORSO ISTIKLAL

Nella centralissima Taksim la prima cosa che risalta è il bellissimo Monumento alla Repubblica, opera di Pietro Canonica, famoso architetto italiano. La piazza, che fu il luogo di tante manifestazioni politiche e di protesta, rappresenta il cuore commerciale e istituzionale della moderna Istanbul. Da qui inizia il famoso Corso Istiklal: una lunga e importante arteria pedonale (percorsa solo dal tram) in cui trovano sede diversi consolati ed alcune chiese, tra cui la splendida struttura neogotica di Sant’Antonio di Padova, pienamente funzionante aperta al culto cattolico.

Questa via è anche molto nota per i suoi numerosi negozi e locali di ogni genere, rappresentando, insieme alle strade limitrofe, il cuore della vita notturna della città.

 Naturalmente questi luoghi e monumenti sono solo alcune delle infinite attrattive della grande metropoli turca. Ci sarebbe piaciuto poter rimanere qualche giorno in più per poter vedere tante altre cose, soprattutto spingerci nella parte interna della penisola anatomica, ma purtroppo il tempo è tiranno, i giorni di ferie stanno ormai volgendo al termine e il dovere ci chiama.

 

PARTE TERZA: SULLA VIA DEL RITORNO

Dopo un accuratissimo controllo della vettura e una sosta sulla piazza delle moschee per le classiche foto di rito accanto alla nostra auto, lascia mo il centro città e ci immergiamo nel traffico bestiale delle tangenziali che ci porteranno verso casa. É iniziato il lungo viaggio di ritorno. Alcune decine di chilometri, fatti in circa un ora, e, alle caotiche vie di Costantinopoli, si sostituiscono le sconfinate pianure ondulate della Tracia turca, intensamente sfruttate ad uso agricolo, le cui colture, quasi esclusivamente di ortaggi, ci accompagnano senza soluzione di continuità fino alla frontiera greca. Qui, dopo aver espletato le formalità doganali, facciamo reingresso nell’Europa comunitaria. Continuiamo a mantenerci sulla costa seguendo l itinerario E90 in direzione Salonicco. La strada é poco trafficata e quindi riusciamo a mantenere una buona andatura. In sole sei ore ci troviamo gia a ridosso del capoluogo macedone. Fin qua la strada di ritorno  é coincisa con quella di andata, ma, da questo punto in poi, sarà completamente diversa.  

Da Salonicco puntiamo verso i monti dell’Epiro, attraverso la nuovissima autostrada E90 che, una volta terminata, permetterà di congiungere rapidamente la costa Egea a quella Ionica. Purtroppo i lavori sono giunti fino a Grevenà e, già 28 chilometri prima di questa località, bisogna immettersi nella vecchia e tortuosa Statale per Ioànnina.

É ormai buio pesto e lo stomaco comincia a reclamare un pasto caldo. Sui tavoli all aperto nell affollatissima piazzetta principale di Neapòlis, un gustosissimo piattone di spaghetti fumanti, seguito da una mega insalatona greca, saziano pienamente la nostra voragine gastrica. Dopo questa piacevole sosta, riprendiamo il viaggio. Ma é ormai notte fonda e l abbondante cena comincia a far sentire i suoi effetti sulle nostre palpebre. Al primo luogo abitato ed illuminato, dopo circa un ora di strada in un perfetto nulla, decidiamo di reclinare i sedili dell’auto e concederci un sonnellino ristoratore. All alba ci accorgiamo di essere a poca distanza dal grandioso Parco Nazionale di Vikos Aoos: non perdiamo l occasione di una breve visita.

É un paesaggio veramente unico, dominato da altissime e verdissime montagne, in cui spicca una profonda incisione fluviale che forma delle straordinarie gole, le quali, in alcuni tratti, hanno delle pareti di oltre 900 metri. Visitando l area protetta, oltre  che dalle bellezze di madre natura, rimaniamo colpiti dal modo in cui sono costruite le case e le chiese che ricadono nell’area del parco: tutte in pietra, anche i tetti.

Procediamo verso il ritorno. Poche decine di chilometri e siamo nel capoluogo dell’Epiro: Ioànnina.

 

IOANNINA: CAPOLUOGO DELL’ARTIGIANATO

A differenza di altri centri della Grecia, qui si respira un aria che ci sa di ottomano. Le vie del centro sono piene zeppe di negozietti che vendono narghilé, osserviamo la presenza di bagni turchi e di una moschea, che é anche il simbolo della cittadina. Per schiarirci le idee, diamo un occhiata alla guida cartacea che ci portiamo dietro: Ioànnina è stata una delle ultime città elleniche ad essere abbandonata dai turchi: passò sotto la sovranità  greca soltanto nel 1913.

Passeggiando per le vie del centro, ci imbattiamo in un infinità di gioiellerie e negozietti vari che vendono oggettini di qualsiasi dimensione e forma, soprattutto in rame  e argento, a prezzi veramente bassi. Da quello che possiamo facilmente  intuire, l'artigianato è la principale attività del capoluogo dell’Epiro. Tra gli oggetti più particolari che abbiamo osservato, vi sono sicuramente i bossoli dei proiettili di cannone, di varie dimensioni, che gli anglo-americani hanno utilizzato nell’ultimo conflitto mondiale contro le truppe del Terzo Reich. Gli artigiani locali hanno maestralmente lavorato con le loro abbili mani il cilindro esterno di queste carcasse di ottone, lasciando intatta quello interna e la base del proiettile, su cui è facilmente leggibile il nome della casa costruttrice, la data di fabbricazione ed il calibro.

Ma Ioànnina non è solo shopping, ma anche una piacevole località di soggiorno,  resa famosa dalle acque calme e limpide del suo stupendo lago, frequentatissimo da canoisti provenienti d ogni parte d Europa. Ci sarebbe piaciuto conoscere anche la vita notturna di questa città, ma dobbiamo raggiungere Igoumenitsa, dove troveremo un alberghetto per poter riposare in previsione dell’ alzataccia alle 5 del mattino per imbarcarci alla volta di Brindisi.

Invece  di inserirci sulla nuova autostrada, preferiamo raggiungere la costa attraverso la tortuosa, ma panoramica, vecchia statale. Giungiamo nel centro ionico verso le 17.00. Il sole è ancora alto e fa molto caldo. Percorriamo in auto l’intero lungomare prima di scorgere un hotel che faccia al caso nostro: economico e centrale.

Distendiamo le stanche membra per qualche ora e, non appena il buio ha raffreddato l'afa, usciamo per tuffarci tra i numerosissimi e affollatissimi localini che costeggiano l'ampia promenade di Igoumenitsa. Anche qui prezzi bassi, ce ne accorgiamo dopo una buona cenetta in una trattoria con i tavolini all’aperto ed aver bevuto qualcosa in un pub.

É ormai notte fonda: una stupenda luna che si rispecchia nelle limpide acque del greco mar, osservata in una rilassante passeggiata in compagnia di una tiepida e piacevole brezza, portano verso la conclusione la nostra interessante esperienza in Grecia e Turchia.

Il giorno seguente ci imbarchiamo all’alba, assonnatissimi. Sulla motonave non possiamo fare a meno di schiacciare un rilassante pisolino.

Nove ore di navigazione in un mare quasi immobile ed intravediamo il Castello Aragonese che domina l’ingresso del porto di Brindisi. Siamo in Italia.

Poco prima che il sole si esibisca in uno dei suoi spettacolari tramonti sul tirreno calabrese, scorgiamo la sagoma del Bastione dei Cavalieri di Malta, anch'esso aragonese. Siamo a casa.

Al prossimo racconto.                                                        Francesco Cataudo